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24 March 2026 - Updated at 15:20
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Referendum, ha vinto il No: chi parla a chi

Perché resteranno scorie sul percorso della maggioranza di centrodestra, al di là di improbabili immediati scossoni nel governo e di invece possibili riequilibri all’interno della maggioranza e dei singoli partiti che ne fanno parte

24 March 2026, 10:50

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Referendum, ha vinto il No: chi parla a chi

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Un No urlato, che forse prescinde dal merito della domanda cui si era chiamati a rispondere, tanto è stato ampio il margine tra l’uno e l’altro fronte. Un voto di massa e non tra pochi intimi, un ritorno alle urne che è una boa temporale per il Paese, marcando con nettezza il confine tra un prima e un dopo referendum.

Perché resteranno scorie sul percorso della maggioranza di centrodestra, al di là di improbabili immediati scossoni nel governo e di invece possibili riequilibri all’interno della maggioranza e dei singoli partiti che ne fanno parte. E perché impone al campo largo di accelerare non tanto sul consolidamento delle alleanze ma sulla stesura di un programma vero e sul disegno dell’identikit di un potenziale leader di tutti, se vuole ancora fare festa nell’autunno 2027 o già nella prossima primavera: le stagioni della politica sono pazze almeno quanto il meteo di questi giorni.

I punti fermi di questo voto, dunque.

Si era detto che le probabilità di successo del fossero direttamente proporzionali ai dati dell’affluenza, invece è accaduto esattamente il contrario: più la gente andava al voto, più cresceva l’ondata di No, fino a farsi valanga. Stavolta non è colpa dei sondaggisti, non soltanto di loro, ma soprattutto di chi non ha percepito che i cittadini sono i veri custodi della Costituzione, che non vogliono sia toccata con il machete, men che meno da una classe politica sideralmente lontana dalla credibilità dei padri costituenti. E qui va pure sottolineato che la fascia d’età più sensibile sul punto è stata quella più giovane, che magari sa poco dei valori fondanti della Repubblica ma che evidentemente non segue il lessico di chi governa. Che poi serva una riforma della Giustizia, che non possono esserci enclave impermeabili a scandali ed errori, questo è un altro discorso. Secondo punto incontrovertibile: il voto fotografa una Sicilia bifronte perché a fronte della maglia nera sull’affluenza, va in scia alle “regioni rosse” sul voto, con picchi bulgari di No a Palermo, seconda solo a Napoli.

E questo accade per una possibile sommatoria: la forza della memoria, perché qui i giudici vengono uccisi e certo viene difficile immaginarli come un “plotone d’esecuzione” (cit.); la debolezza di chi sbandierava le ragioni del , parlando alle truppe cammellate e solo a quelle, non arrivando al variegato mondo che non si muove nei corridoi dei Palazzi e nella comfort zone delle segreterie. Sia di monito a Palermo come a Roma, dove la riforma della legge elettorale toccherà un altro nervo scoperto.

Infine il dato che riguarda chi ha vinto, il fronte del No: si canta “Bella Ciao”, si evoca la Resistenza, ma, come detto, un conto è un referendum dove ha un peso specifico anche la pancia, un altro è un’elezione, dove ci si misura su programma, liste e nomi. E poi: il campo largo o come lo si vorrà chiamare, sa a chi si rivolge? Sa che nelle periferie l’affluenza non s’è impennata come invece succede quando diventano il regno dei galoppini e dei Caf in cui si distribuiscono promesse in pari dimensione rispetto ai buoni spesa? Ecco perché sulla Giustizia s’è giocato soltanto il primo tempo della partita. Vedremo, dopo il brevissimo intervallo, chi cambierà formazione o tattica.